ORDINANZA N. 56 /
2006 nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 35, comma 5, della
legge 27 dicembre 2002, n. 289
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA
CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
- Annibale MARINI
Presidente
- Franco BILE Giudice
- Giovanni Maria FLICK "
- Francesco
AMIRANTE "
- Ugo DE SIERVO "
- Romano VACCARELLA "
- Paolo MADDALENA
"
- Alfio FINOCCHIARO "
- Alfonso QUARANTA "
- Franco GALLO "
-
Luigi MAZZELLA "
- Gaetano SILVESTRI "
- Sabino CASSESE "
- Maria Rita
SAULLE "
- Giuseppe TESAURO "
ha pronunciato la seguente
ORDINANZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 35, comma
5, della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del
bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2003), promosso
con ordinanza del 22 dicembre 2004 dal Tribunale di Parma, in funzione di
giudice del lavoro, nel procedimento civile vertente tra Mengoni Bruna ed altri
e il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca ed altri,
iscritta al n. 261 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale della Repubblica n. 20, prima serie speciale, dell'anno
2005.
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei
ministri;
udito nella camera di consiglio dell'11 gennaio 2006 il
giudice relatore Alfonso Quaranta.
Ritenuto che il Tribunale di Parma, in
funzione di giudice del lavoro, con ordinanza emessa in data 22 dicembre 2004,
nel corso di un giudizio - promosso da alcuni insegnanti dichiarati non idonei
allo svolgimento della funzione di docente per motivi di salute ed utilizzati in
altri compiti all'interno dell'amministrazione scolastica - volto
all'accertamento del «diritto a conservare il posto nel quale sono collocati con
le mansioni attualmente loro attribuite a tempo indeterminato, con condanna
delle parti convenute a mantenere i ricorrenti nelle loro collocazioni e
nell'ambito dell'organizzazione amministrativa cui sono attualmente preposti»,
ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 35, comma 5,
della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del
bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2003), per
violazione degli articoli 2, 3 e 35 della Costituzione;
che la
disposizione in esame è sospettata di illegittimità costituzionale nella parte
in cui prevede che «il personale docente collocato fuori ruolo o utilizzato in
altri compiti per inidoneità permanente ai compiti di istituto può chiedere di
transitare nei ruoli dell'amministrazione scolastica o di altra amministrazione
statale o ente pubblico. Il predetto personale, qualora non transiti in altro
ruolo, viene mantenuto in servizio per un periodo massimo di cinque anni dalla
data del provvedimento di collocamento fuori ruolo o di utilizzazione in altri
compiti. Decorso tale termine, si procede alla risoluzione del rapporto di
lavoro sulla base delle disposizioni vigenti. Per il personale già collocato
fuori ruolo o utilizzato in altri compiti, il termine di cinque anni decorre
dalla data di entrata in vigore della presente legge»;
che il giudice a
quo deduce che quanto previsto dalla suddetta norma osta all'accoglimento della
domanda;
che il rimettente rileva come la difesa dei ricorrenti - i quali
rientrerebbero, «se non si è male inteso» il ricorso (si legge nell'ordinanza),
nell'ambito del personale utilizzato in altri compiti, con la conseguente
applicazione nei loro confronti del suddetto termine massimo di cinque anni - ha
eccepito l'illegittimità costituzionale della disposizione in questione;
che il Tribunale di Parma ritiene non manifestamente infondata la
questione di costituzionalità, condividendo, con proprie argomentazioni, le
relative deduzioni prospettate nel giudizio a quo;
che il rimettente
assume, quindi, la violazione degli articoli 2, 3 e 35 della
Costituzione;
che la norma impugnata lederebbe l'art. 2 della
Costituzione, poiché la risoluzione del rapporto di lavoro può intervenire in
ragione della mera valutazione fisica del lavoratore, riferita «nemmeno alle
mansioni attualmente svolte», ma a quelle pregresse, senza che sia stabilita
alcuna cautela per il ricollocamento del lavoratore presso altre
amministrazioni, che può avvenire solamente mediante la "mobilità
ordinaria";
che sarebbe violato l'art. 3 della Costituzione, in quanto la
disposizione in esame introduce, irragionevolmente, una disciplina
discriminatoria per gli insegnanti dichiarati non idonei alla funzione di
docente per motivi di salute, i quali risultano essere gli unici dipendenti del
comparto scuola per i quali è prevista la risoluzione del rapporto di lavoro
sulla base di un'incapacità lavorativa attinente ad una mansione che non è
quella ricoperta attualmente;
che la disposizione censurata stabilisce,
altresì, un'eccezione al principio - espressione del più generale diritto al
lavoro - secondo il quale la sopravvenuta inidoneità fisica del lavoratore allo
svolgimento delle mansioni per le quali è stato assunto non può determinare, di
per se stessa, la risoluzione del rapporto di lavoro;
che, infine,
secondo il giudice a quo, l'art. 35, comma 5, della legge n. 289 del 2002, nella
parte impugnata, lederebbe l'art. 35 della Costituzione, dal momento che «non
risulta tutelare il lavoro delle parti ricorrenti, con specifico riferimento al
lavoro attualmente svolto nell'interesse dell'amministrazione di
appartenenza»;
che ad avviso del rimettente, infatti, le suddette parti,
qualora non riescano a transitare nei ruoli dell'amministrazione scolastica o di
altra amministrazione statale o ente pubblico - non recuperando, nel frattempo,
nuova idoneità all'insegnamento - sono sottoposte al rischio della risoluzione
del rapporto di lavoro in essere, senza alcuna opportunità di fare valere la
possibilità concreta ed effettiva di continuare a svolgere l'attività di lavoro
in atto, e senza che siano valutate le reali esigenze organizzative
dell'amministrazione scolastica;
che è intervenuto nel giudizio il
Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura
generale dello Stato, ed ha chiesto che la questione di costituzionalità sia
dichiarata inammissibile e comunque non fondata;
che la difesa dello
Stato osserva che il Tribunale muove da un assunto erroneo, in quanto non è
condivisibile la ritenuta equiparabilità dei docenti agli altri lavoratori
dipendenti del medesimo comparto scuola;
che non vi sono, infatti,
mansioni equivalenti a quelle dell'insegnamento e che, a fronte di una
permanente inidoneità, l'art. 113 del d.P.R. 31 maggio 1974, n. 417 (Norme sullo
stato giuridico del personale docente, direttivo ed ispettivo della scuola
materna, elementare, secondaria ed artistica dello Stato), consente una diversa
utilizzazione del personale in questione, riconoscendo al medesimo una facoltà
di scelta;
che la disposizione oggetto di impugnazione, a sua volta,
contempera molteplici esigenze e prevede la risoluzione del rapporto di lavoro
solo nel caso in cui il docente non scelga il transito definitivo in un altro
ruolo;
che, quindi, non sarebbe ravvisabile alcuna lesione dei diritti
fondamentali del lavoratore, né del principio di uguaglianza, poiché, anzi, il
regime giuridico previsto per il personale docente è più favorevole rispetto a
quello delle altre categorie di personale;
che, infine, la norma in esame
non violerebbe il diritto al lavoro, in quanto la risoluzione del rapporto di
impiego opera in via gradata.
Considerato che la questione di legittimità
costituzionale investe l'art. 35, comma 5, della legge 27 dicembre 2002, n. 289
(Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato -
legge finanziaria 2003), in particolare il terzo, quarto, quinto e sesto inciso
della disposizione stessa, ed è posta in riferimento agli articoli 2, 3 e 35
della Costituzione;
che questa Corte, con la sentenza n. 322 del 2005, si
è pronunciata in ordine alla questione di legittimità costituzionale di tale
medesima norma, sollevata dal Tribunale di Roma, in riferimento agli articoli 3,
35 e 36 della Costituzione, dichiarando non fondata la prospettata violazione
dell'articolo 3 della Costituzione e inammissibile la dedotta violazione degli
articoli 35 e 36 della Costituzione;
che la suddetta norma era stata
denunciata, in riferimento all'articolo 3 della Costituzione, in quanto avrebbe
dato luogo ad una disparità di trattamento del personale docente rispetto al
personale dirigente e al personale amministrativo, tecnico e ausiliario (cd.
personale ATA) del comparto scuola, in ragione della previsione solo per il
primo della risoluzione del rapporto di lavoro, ai sensi del richiamato art. 35,
comma 5, della legge n. 289 del 2002;
che il Tribunale di Parma
prospetta, ex art. 3 della Costituzione, identica censura, anche sotto il
profilo di un'ingiustificata eccezione al più generale principio del diritto al
lavoro, da cui discenderebbe l'impossibilità di procedere alla risoluzione del
rapporto di lavoro;
che nella sentenza sopra richiamata si è affermato
che l'art. 35, comma 5, della legge n. 289 del 2002, si inserisce nell'ambito
della disciplina della dispensa dal servizio per assoluta e permanente
inidoneità fisica o incapacità o persistente insufficiente rendimento del
personale docente e dei dirigenti, di cui all'art. 512 del decreto legislativo
16 aprile 1994, n. 297 (Approvazione del testo unico delle disposizioni
legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni
ordine e grado), e che, per effetto degli articoli 514 e 579 del d.lgs. n. 297
del 1994, il personale del comparto scuola, dichiarato inidoneo all'espletamento
della propria funzione per motivi di salute, può, a domanda, essere utilizzato
in altri compiti;
che nella medesima sentenza è stata richiamata anche la
pronuncia n. 3 del 1994, secondo cui «la dispensa per motivi di salute si fonda
su una situazione (lo stato di infermità) la quale (.) è ovviamente indipendente
dalla volontà dell'interessato - per cui certamente esula dal provvedimento una
valutazione negativa del comportamento dell'impiegato (e comunque qualsiasi
profilo sanzionatorio)»;
che si è, altresì, richiamata la sentenza n. 212
del 1983, con la quale, nell'esaminare gli effetti dell'assenza dal servizio per
infermità del docente non di ruolo, la Corte ha affermato che «in tutto l'ambito
della pubblica amministrazione non è mai riconosciuto all'impiegato il diritto
ad un'assenza illimitata dal servizio a causa d'infermità; è sempre stabilito,
invece, un periodo più o meno lungo, decorso il quale, ove l'impiegato non sia
in grado di riprendere servizio, si fa luogo alla cessazione del rapporto
d'impiego, applicando, secondo i casi, gli istituti all'uopo preordinati
(collocamento a riposo per motivi di salute, dispensa dal servizio per inabilità
fisica, licenziamento, ecc.)»;
che, quindi, in ragione del quadro
normativo sopra delineato, nonché delle pronunce ivi richiamate, si è
riaffermato il principio generale, proprio dell'ordinamento del pubblico
impiego, in forza del quale il personale inidoneo al servizio per ragioni di
salute, prima di essere dispensato, deve essere posto nelle condizioni di
continuare a prestare servizio nell'assolvimento di compiti e funzioni
compatibili con le sue condizioni di idoneità fisica;
che solo nel caso
in cui non sia possibile tale utilizzazione, o per ragioni di carattere
oggettivo o per scelta dell'interessato, ne è disposto il collocamento a riposo
d'autorità;
che le tre categorie di personale che operano nel mondo della
scuola - personale docente, dirigente e amministrativo, tecnico, ausiliario (cd.
personale ATA) - presentano discipline di stato giuridico distinte, che
giustificano la differenziata valutazione operata dal legislatore - con scelta
discrezionale non irragionevole - in ordine al collocamento fuori ruolo e
all'assegnazione a compiti diversi da quelli inerenti alla qualifica di
appartenenza originaria;
che non può, quindi, essere affermata
l'esistenza di una identità di situazioni giuridiche, rispetto alle quali l'art.
35, comma 5, della legge n. 289 del 2002, sia tale da a determinare una
disparità di trattamento rilevante agli effetti dell'art. 3 della
Costituzione;
che, infine, la Corte ha affermato, come, in un complessivo
quadro di misure volte alla razionalizzazione delle risorse finanziarie per la
scuola e nell'ambito di una politica generale di contenimento della spesa,
trovano giustificazione norme dirette alla più proficua utilizzazione del
personale che, pur non idoneo per ragioni di salute all'espletamento della
funzione di docente, può essere ancora proficuamente utilizzato in altre
funzioni, previo il transito presso altre strutture organizzative
pubbliche;
che, pertanto, per le stesse ragioni formulate nella citata
sentenza n. 322 del 2005, la questione di legittimità costituzionale sollevata
dal Tribunale di Parma, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, deve
essere dichiarata manifestamente infondata;
che il giudice a quo ha
sollevato questione di legittimità costituzionale anche in riferimento agli
articoli 2 e 35 della Costituzione, prospettando, rispettivamente, la violazione
del diritto al lavoro e la mancata tutela «del lavoro attuale» dei
ricorrenti;
che i principi generali di tutela della persona e del lavoro
(cfr. sentenza n. 541 del 2000; ordinanza n. 254 del 1997) non si traducono nel
diritto al conseguimento ed al mantenimento di un determinato posto di lavoro
(cfr. sentenza n. 390 del 1999), né, tanto meno, garantiscono - a fronte di una
scelta del legislatore non censurabile, per le argomentazioni sopra svolte,
sotto il profilo della arbitrarietà o della manifesta irragionevolezza - il
diritto al mantenimento di specifiche mansioni (quali quelle svolte dai
ricorrenti in quanto non idonei alla funzione di docente), dovendosi piuttosto
riconoscere garanzia costituzionale al solo diritto di non subire un
licenziamento arbitrario;
che, alla luce delle considerazioni innanzi
svolte, deve essere, pertanto, dichiarata la manifesta infondatezza della
questione di legittimità costituzionale dell'art. 35, comma 5, della legge n.
289 del 2002, sollevata dal Tribunale di Parma, in funzione di giudice del
lavoro, in riferimento agli evocati parametri costituzionali.
Visti gli
artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle
norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.
per
questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara la manifesta infondatezza
della questione di legittimità costituzionale dell'art. 35, comma 5, della legge
27 dicembre 2002, n. 289 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e
pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2003), sollevata dal Tribunale di
Parma, in funzione di giudice del lavoro, in riferimento agli articoli 2, 3 e 35
della Costituzione, con l'ordinanza indicata in epigrafe.
Così deciso in
Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6
febbraio 2006.
F.to:
Annibale MARINI, Presidente
Alfonso QUARANTA,
Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il
10 febbraio 2006
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.